Lidia Sarti

“Ostetrica per scelta”
di Claudia Fortini
pubblicata sul Municipio di Bondeno nel dicembre 2010

Ha fatto nascere più di duemila bambini. E’ stata accanto a tante donne nel momento straordinario di ‘una vita che dà la vita’.  Lidia Sarti oggi ha 82 anni, abita a Ferrara. E’  stata per 32 anni ostetrica a Bondeno. Prima nelle case, raggiungendo in bicicletta a tutte le ore i luoghi più sperduti delle campagne tra Burana, Pilastri e Gavello, poi nel glorioso reparto dell’Ospedale BorsellI.  Ha tracciato nel cuore di tante famiglie un ricordo indelebile di dolcezza e di disponibilità, per il modo solare e la tenacia che anche oggi la caratterizzano.
“Non lasciavo mai le donne sole, mi sedevo accanto a loro anche durante il travaglio – spiega -. La professionalità è importante, ma bisogna metterci anche il cuore. Dare coraggio e forza vuole dire tanto, i bambini nascono prima.”. Il racconto della sua vita scorre, tra momenti che incorniciano i primi vagiti dei bimbi, le vicende di mamme e papà in attimi indimenticabili. Sono quadri dipinti, dai colori della vita di tante famiglie di Bondeno. “Tutto è incominciato perché a 15 anni non riuscivo a lavorare in campagna con mia madre – racconta  – .  Ero magrolina, mi dava fastidio il sole, ero una pessima bracciante agricola. La mia era una famiglia povera. Mio padre era il muratore della famiglia Sani. expired domains Ma un giorno ho detto in casa che non volevo morire in campagna e che volevo andare a Ferrara per studiare da infermiera. Sarei andata a servizio, a fare le pulizie, per pagarmi gli studi”. E così Lidia ha fatto. Quando però si è presentata alla scuola da infermiera, che allora durava due anni, ha cambiato idea: “Voglio studiare tre anni – ha comunicato al padre Pietro, con quel fare autorevole che non lascia a nessuno il diritto di replica -. Perché voglio far nascere i bambini”. Anni di studio e di lavoro.

“Quando a 18 anni mi sono diplomata ho incominciato a fare la libera professione – racconta – si guadagnava un po’ di più che in ospedale e potevo aiutare la mia famiglia. Bussavano alla porta di casa nostra, al Fondo Bruciantina a Burana, a tutte le ore.  Il marito o i fratelli della signora che stava partorendo, mi venivano a prendere in bicicletta. Dopo aver aiutato a far nascere il bambino, ritornavo da sola, anche di notte, con la nebbia, il ghiaccio, la neve. Ero giovane e anche un po’ incosciente. . Mi dispiaceva disturbarli per farmi riaccompagnare” .

“Ero a Gavello – racconta -  c’era un bambino che non nasceva mai. Ad un certo punto non vedevo più le spalle. Ero terrorizzata. Ho guardato il cielo e ho pregato. Ho giurato che se fosse andata male non avrei più fatto l’ostetrica. Invece, ad un certo punto, è nato. Era tanto bello e sano che ci ho visto un segno. Quel lavoro era il mio destino”. Lidia nel frattempo faceva anche l’infermiera  di supporto a Giovanni Pirani, aiuto del dottor Doni all’ospedale Borselli e medico condotto a Pilastri, dove il parroco, don Zucchini, aveva prestato una stanza della canonica per ricavare uno dei primi ambulatori.

“Cercavo di non mancare mai alla Messa. Don Ugo Zucchini era tanto buono con me. Mi prendeva in chiesa anche se arrivavo tutta bagnata perché avevo appena seguito un parto e non avevo fatto in tempo a passare per casa. La gente del paese lo sapeva e nessuno mi guardava male”.

Da una brutta caduta in bicicletta, la decisone di lavorare in ospedale. “L’inverno del 1962 fu terribile – racconta Lidia – non avevo mai visto tanta neve. Mentre stavo tornando, la bicicletta si è ribaltata rovesciandosi in avanti. Ho preso tanta paura che il giorno dopo, sono andata al Sant’Anna, dalla caposala di quando facevo la scuola e le ho detto che volevo lavorare in ospedale. Il giorno dopo ero in reparto a Ferrara a lavorare gratis, dopo venti giorni era già stata assunta all’ospedale Borselli di Bondeno, nel reparto di ostetricia e ginecologia retto allora dal dottor Guido Calzolari”.

“Ho fatto nascere tanti bambini che purtroppo non me li ricordo tutti – racconta –. Una notte erano circa le tre, quando il campanello del pronto soccorso  ha iniziato a suonare in modo forsennato. Era nato un bambino in macchina. Sono corsa, ho tagliato il cordone ombelicale. Il bambino stava bene. A quel punto la paura è passata e per festeggiare ho fatto il caffè per tutti”. Turni di lavoro massacranti e mai un rammarico. “Spesso restavo in ospedale anche 13 ore consecutive – racconta Lidia -. Se tornassi indietro farei la stessa scelta. La gente della mia terra mi ha dato tanto. Mi ha insegnato, ogni giorno, la gioia di sorridere alla vita”.