“Quel fantastico treno chiamato desiderio”
La linea ferroviaria Trento-Malè
di Pino Cacucci
fotografie di Paolo Righi – Meridiana Immagini
pubblicato su I Viaggi di repubblica il 20 marzo 2008

Nella Piana Rotaliana che si estende ai piedi della Rupe di Mezzocorona, i vigneti a perdita d’occhio formano sterminate “tettoie”, sorta di pergolati che visti dall’alto sembrano un tappeto vellutato di un verde intenso che, a fine estate, si macula di rosso sempre più scuro o di giallo dorato: quei grappoli ci daranno soprattutto teroldego, tra i migliori vini del Trentino, e spumante in grado di insidiare lo champagne; tutto intorno a Mezzocorona sorgono le aziende vinicole moderne, persino lussuose e con vezzi architettonici degni di musei d’arte contemporanea, di alcune tra le più rinomate etichette della regione, giunte ormai a fama internazionale. Ai piedi dell’alta rupe si apre una caverna dove, nel medioevo, sorgeva un castello conosciuto come Corona di San Gottardo, che diede vita alla leggende del Basilisco della Piana Rotaliana. Il basilisco era una specie di drago, poiché sputava fiamme dalla bocca, il corpo da serpente era ricoperto sul dorso di scaglie ossee e poteva volare grazie a un paio d’ali preistoriche. Dunque, in quella caverna e tra i resti del vecchio maniero, un brutto giorno di mille anni fa o giù di lì, si annidò un basilisco. Spinto da insaziabile appetito, sorvolava la piana bruciacchiando le viti con le sue alitate da grappa incendiata e inghiottiva in un sol boccone i malcapitati contadini intenti a vendemmiare. Ed ecco che si fece avanti l’eroe di turno, tale conte Ugo Firmian signorotto dell’omonimo castello: indossata l’armatura e cinto di spadone al fianco, partì alla volta della tana del basilisco portandosi appresso un secchio di latte e un grande specchio. Aveva in mente uno stratagemma… Mentre il draghetto famelico dormiva dopo il fiero pasto, gli mise davanti latte e specchio. Risvegliatosi, lo scriteriato basilisco bevve il latte e… vide un suo simile davanti all’ingresso della caverna. Incuriosito, prese a muovere la testa prontamente imitato dall’altro. Rimase così rapito dalla sorpresa, che il conte ebbe modo di piantargli la spada nel ventre, spingendogliela fino al cuore. Mentre i vignaioli accorrevano festosi, l’incauto conte, per mostrare orgoglioso il trofeo di tanto ardimento, sollevò il corpo del basilisco facendo leva sulla spada, e un rivolo del sangue venefico gli colò nell’armatura… Una fiammata e una nuvola di fumo. Gli sbigottiti abitanti della piana trovarono solo l’armatura con dentro un mucchietto di cenere.

Foto di Paolo Righi

Chissà se nell’aprile del 1896, quando venne inaugurata la tratta trentina della ferrovia della Valsugana, a qualcuno fosse tornata in mente la leggenda del basilisco, vedendo spuntare da una galleria uno sferragliante drago che sputava fumo dalla testa… Ma fu effimera, la vita delle locomotive in questa zona, che allora si chiamava Gefuerstete Grafschaft Tirol mit Vorarlberg, cioè la contea del principato di Tirolo e Vorarlberg, capitanato distrettuale dell’Impero Austro Ungarico dipendente amministrativamente da Innsbruck. Tralasciando l’annosa questione di come sarebbe oggi l’area del lombardoveneto se fosse rimasta sotto gli austriaci – sicuramente meno inquinata – resta un fatto incontrovertibile: in Trentino, almeno, il governo di Vienna fu così lungimirante da creare, per primo in Europa, una linea ferroviaria impegnativa e su media distanza interamente a trazione elettrica. Le possenti e rumorose vaporiere a carbone dovevano ancora dare il meglio di sé, e già i trentini godevano di un treno silenzioso e pulito, i cui macchinisti non scendevano con la faccia fuligginosa e i passeggeri respiravano tutta l’aria pura di queste maestose quanto salutari montagne.

Gli studi pratici vennero avviati nel 1889 per una linea che collegasse Trento a San Michele Mezzocorona e a Mezzolombardo, cioè le fertili, popolose e laboriosissime Val di Non e Val di Sole (vino e mele a profusione), importanti centri in cui convergevano i commerci della zona, in spasmodica necessità di riemergere dalla crisi economica dovuta sia alle calamità naturali – alluvioni, frane, malattie del baco da seta e la lotta contro la micidiale filossera della vite – sia alla scomparsa del Regno Lombardo-Veneto, passato al Piemonte e quindi al neonato Regno d’Italia dopo la cosiddetta Terza guerra d’indipendenza, con cui il Trentino asburgico aveva i maggiori scambi commerciali. Dopo un’estenuante trafila di finanziamenti rimandati, esposti al governo austriaco e proteste varie, la Trento-Malè venne finalmente inaugurata nel 1909. E subito l’ironia dei trentini ribattezzò il convoglio ferroviario “vaca nonesa”, la vacca della Val di Non, per via del “fischio” della motrice che in realtà assomigliava al muggito delle vacche, regine incontrastate dei prati circostanti. Comunque, per tutti quello era un “tram”, e così lo chiama ancora qualcuno: perché il primo treno elettrico d’Europa aveva in effetti l’aspetto di un tram allungato, e del resto la linea ferrata a scartamento ridotto si snodava per buona parte su tracciati di strade e passava quindi dentro i centri abitati.

Foto di Paolo Righi

E venne l’immane carneficina della Grande Guerra… Che decretò un’inversione: mentre tutte le ferrovie sono nate a vapore per diventare successivamente elettriche, la Trento-Malè avrebbe fatto il contrario, avviando una parentesi a carbone – il ritorno del basilisco… – dotando i convogli di locomotive acquistate in Svizzera per garantire i rifornimenti alle truppe austriache sul fronte del Tonale: mantenere la tensione elettrica a 800 volt era arduo, in quegli anni travagliati, mentre acqua e combustibile si trovavano comunque, per rifornire le caldaie. Oggi la Trento-Malè rappresenta un invidiabile modello per le ferrovie italiane in generale: treni nuovissimi, sorta di “pendolini” silenziosi, puliti e comodi – affiancati da alcuni convogli meno recenti, comunque risalenti agli anni ’90 – e un servizio impeccabile. La stazione di partenza è in piazza Dante, accanto a quella delle FS, annunciata nel piazzale da una specie di totem, e appena lasciato l’abitato, le vigne invadono la vista ovunque. Seguendo il corso dell’Adige, attraversiamo la Piana Rotaliana passando da Lavis e Zambiana, e poi c’è San Michele all’Adige, con l’antico monastero fortificato oggi trasformato in museo, fino a Mezzocorona; qui facciamo una prima tappa, tante sono le attrazioni: castelli come il San Gottardo e il Firmian – proprio quelli della leggenda del povero drago fregato dal suo narcisismo – le cantine visitabili con assaggi allettanti, la possibilità di passeggiate per tutte le “gambe”, e quelle più allenate non si perderanno la ferrata del burrone Giovannelli o del Rio Secco. Mi perdo con lo sguardo sulle alte rupi che si stagliano sullo sfondo, poi, in stazione, a poche decine di metri dal treno scorgo una tavolata di uomini intenti a giocare a carte, e nel frattempo Paolo fotografa, attratto in questo momento da un gruppo di giovanissimi un po’ postpunk e un po’ postdark, gelato in mano e chiacchiericcio allegro. Origliamo: sognano la libertà di un Erasmus all’estero, primo sano passo verso l’indipendenza, ma al contempo si rassegnano all’imminente stagione delle mele, che da queste parti sembra scandire il tempo: qualcuno dice che dovrà aiutare i genitori, gli altri confermano di dover fare altrettanto, persino preparando loro “i panini per la merenda”. Curioso mondo antico trafitto dalla modernità, dove non sono le mamme a preparare la merenda ai figli ma viceversa, almeno durante la raccolta delle mele, mentre i giovani aspettano il tempo giusto per trasvolare altrove… Il resto dei passeggeri è variegato: escursionisti con tanto di zaino, gente del luogo che non si sognerebbe mai di perdere tempo in automobile, turisti dall’aria svagata. Mi sorprende la predominanza dei giovanissimi: quasi mi illudo di un’inversione di tendenza nell’uso dei mezzi di trasporto…

Foto di Paolo Righi

Un tunnel, e sbuchiamo nella Val di Non. I meli hanno soppiantato le viti. In inverno hanno un aspetto sofferto e contorto, strani alberi davvero, così adunchi, scheletrici, costretti oltretutto a crescere in forme adeguate alla raccolta, mutilati – be’, non esageriamo: potati – con meticolosa cura mentre il tronco forte e nerboruto si avvinghia a se stesso assumendo aspetti spettrali. Poi, in estate e alle soglie dell’autunno, lo scenario è diversissimo: prima un verde denso e onnipresente, quindi il rosso e il giallo delle stark, golden e renetta, che diventano più numerose delle foglie stesse, e l’incessante andirivieni di trattori e cassoni. A destra, l’imponente mole del castello di Thun, e a un tratto ci ritroviamo sul ponte di Santa Giustina, fino a qualche tempo fa il più alto d’Europa, comunque ancora degno di primato, e il lago sbarrato dalla diga. Scorrono le stazioni di Taio, nel borgo cinquecentesco, e di Dermulo: qui una sosta permette di intraprendere il cammino verso il santuario di San Romedio, sorto su una rupe calcarea – 131 gradini per arrivare in cima – che gli conferisce un aspetto fiabesco. Cinque chiesette abbarbicate alla roccia, la più antica risale all’anno Mille e conserva la tomba dell’eremita: prima di diventare santo, Romedio era il rampollo di un nobile casato tirolese, che sul finire del X secolo lasciò ogni ricchezza terrena per ritirarsi su questo sperone roccioso a meditare. Ormai vecchio – e qui entriamo nella leggenda, l’ennesima – aveva deciso di recarsi dal vescovo di Trento; ma lungo il tragitto impervio, un orso lo attaccò sbranando il suo cavallo. San Romedio non si perse d’animo: ammansì l’orso al punto da fargli accettare morso, redini e sella, e in groppa al bestione sarebbe arrivato fino a Trento… Il particolare curioso è che ai piedi del santuario hanno ricavato un recinto per orsi in semilibertà, dove di recente hanno anche “affidato” alle cure dei francescani un’orsa un po’ troppo esuberante che scorrazzava nei dintorni dei paesi spaventando gli abitanti (senza disdegnare cene a base di pecore e pollame). L’estate scorsa, in piena Val di Non, una corriera di linea si è dovuta fermare perché un orso dormiva placidamente al centro della carreggiata e non voleva saperne di spostarsi nonostante i ripetuti colpi di clacson. Cose che capitano da queste parti.

A Cles c’è anche un belvedere per ammirare acqua e montagne, il castello e i borghi, con l’ineguagliabile cornice delle Dolomiti di Brenta: suggestivo, vale la pena fermarsi se non altro per riempire i polmoni di aria salubre. Poi, inizia la Val di Sole, con i parchi dell’Adamello e dello Stelvio. Tra boschi ad alto fusto e vallate fertili, ci inerpichiamo lungo la gola del torrente Noce, attraverso un ponte sospeso nel vuoto, e qui sotto è il paradiso degli amanti del rafting: pochi altri corsi d’acqua in Europa offrono emozioni simili. Tutto intorno, altri castelli e svettanti campanili che sembrano matite appuntite.

Siamo arrivati a Malè, da dove il treno in realtà continua fino a Marilleva e nella stagione innevata deposita gli sciatori a pochi metri dalla cabinovia che sale fino a quota 1400. Sul convoglio che torna verso Trento, salgono quattro tedeschi in tenuta da mountain bike, con le fide bici affidate all’apposito vagone. Uno di loro è reduce da una brutta caduta, forse ha qualche piccola frattura, malconcio ma non troppo. Chiedono al controllore quanto tempo ci vuole per raggiungere l’ospedale a Trento: un’ora e mezzo. Il ferroviere, premuroso, si offre di chiamare un’ambulanza: scuotono la testa, dicono che con questo treno arrivano comunque prima che per strada asfaltata, e poi, teufel, non è niente di grave, nur zu, suvvia: avete il miglior treno a sud delle Alpi, perché mai si dovrebbe rischiare la vita in mezzo ad auto e camion?

Dalla Val di Non al Messico

Negli stati del nordovest messicano, e in particolare Sonora e Baja California, innumerevoli strade e piazze sono intitolate al gesuita Padre Kino, che vanta anche due città, Bahía Kino e Magdalena de Kino (quest’ultima fu dove morì nel 1711). E c’è addirittura un vino messicano che porta il suo nome, a ricordo delle viti che contribuì a diffondere nella Baja California. Anche in Arizona Padre Kino viene considerato un benefattore degno di memoria, e in occasione del terzo centenario del suo arrivo nelle zone desertiche allora della Nueva España e oggi vasti territori di frontiera tra Messico e Stati Uniti, lo scultore messicano Julián Martínez ha forgiato tre statue identiche che lo ritraggono a cavallo: una campeggia all’imbocco dell’autostrada che da Magdalena porta a Hermosillo, la seconda è a Tucson sulla Kino Parkway, e la terza… è in Val di Non, dove nacque il 10 agosto 1644 e iniziò la sua avventurosa esistenza. Si chiamava in realtà Eusebio Francesco Chini, aveva compiuto gli studi nel collegio gesuita di Trento distinguendosi nelle scienze naturali, prese i voti nella Compagnia di Gesù e nel 1681 partì per il Messico – allora colonia spagnola – come missionario. Instancabile esploratore a cavallo, si devono a lui le prime carte geografiche della Baja California, sancendo che era una penisola e non un’isola, ma soprattutto divenne uno strenuo difensore dei diritti degli indigeni – viveva tra le popolazioni di etnia Pima del nordovest – entrando in aperto contrasto con le gerarchie ecclesiastiche legate al colonialismo spagnolo. Intanto era diventato per tutti Padre Kino (perché Chini in spagnolo suonava “cini”, poi storpiato in Chino, che però vuol dire “cinese”, e infine ricorse alla “k” per indurire la pronuncia), riconosciuto promotore dello sviluppo di quei territori aridi, dove si prodigò per insegnare agli indios l’allevamento del bestiame e l’agricoltura. La sua statua messicana in Val di Non è a Segno, dove nacque: quindicesima fermata sulla linea Trento –Malè. Quando venne eretta nel 1991, al termine di un lungo viaggio dal Sonora, alla cerimonia parteciparono rappresentanze diplomatiche di Messico e Stati Uniti, in omaggio al benemerito missionario gesuita.